Le pardulas mi sono entrate nel cuore in un giorno qualsiasi, quando alla Factory è arrivato un vassoio di dolci sardi: paste di mandorla, pabassine, savoiardi… e loro, quei cestini dorati che sembravano fatti apposta per farsi notare. Poi le ho assaggiate appena sfornate, in vacanza, dalle mani sicure di una signora sarda: semola, strutto e acqua per la base, ricotta profumata di agrumi per il ripieno, e una chiusura a pizzichi che va veloce solo quando l’hai vista fare davvero.
Se vuoi restare in tema “dolci da festa”, ti lascio anche la mia raccolta di dolci di Pasqua. E già che ci siamo, facciamo un salto in Sardegna anche con culurgiones, seadas, malloreddus alla campidanese e pane frattau; mentre, se stai pensando a un grande lievitato “da tavola delle feste”, c’è anche la mia colomba con lievito madre. E se ti stai chiedendo “come si fanno le pardulas sarde tradizionali, con ricotta di pecora e zafferano, senza farle aprire in forno?”, sei nel posto giusto.
Ingredienti per circa 20 pardulas
Per la pasta
- Semola rimacinata di grano duro 200 g
- Strutto 30 g
- Acqua 100 g
- Sale 1 pizzico
Per il ripieno
- Ricotta di pecora 340 g
- Zafferano bustina 1
- tuorli d’uovo 2
- Scorza di limone 1
- Scorza di arancia 1
- Zucchero semolato 140 g
- Semola rimacinata di grano duro 75 g
- Lievito in polvere per dolci 6 g
Allergeni
Attrezzatura necessaria
Ciotola capiente, pellicola, piano di lavoro, matterello (oppure sfogliatrice se la usi), colino a maglie strette, marisa, frusta a mano, coppapasta da 10 cm, sac à poche (comoda ma non obbligatoria), leccarda, carta forno. E se non hai tutto, tranquilla: queste pardulas si fanno benissimo anche con l’essenziale, senza strumenti “speciali” obbligatori.
Procedimento
Per l’impasto
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Metti la semola in ciotola e aggiungi lo strutto a temperatura ambiente, l’acqua e un pizzico di sale. All’inizio lavora con le mani: non serve strafare, basta portare insieme tutto finché non vedi più semola asciutta. Poi rovescia sul piano e impasta con calma fino a ottenere una palla liscia.
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Qui il segnale che sei sulla strada giusta è molto concreto: l’impasto deve sentirsi compatto ma elastico, non “sbricioloso”. Se ti sembra che si strappi e faccia crepe, di solito è solo un po’ asciutto: inumidisci appena le dita e continua ancora un minuto, senza aggiungere acqua a occhio dentro la ciotola. Se invece lo senti troppo morbido e appiccicoso, spolvera un velo di semola sul piano e lavora ancora: deve tornare pulito sotto le mani.
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Quando è liscio, avvolgilo nella pellicola e mettilo in frigorifero per 30 minuti. Questo riposo non è un capriccio: capita spesso che la sfoglia “ritiri” se la stendi subito, mentre dopo mezz’ora si lascia tirare sottile molto più volentieri.
Per il ripieno
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Prima cosa: la ricotta. Se hai una ricotta di pecora già molto asciutta e compatta, puoi partire tranquilla. Se invece, al tatto, la senti morbida e un po’ umida, fai la cosa più furba che puoi fare per questa ricetta: mettila in un colino, sopra una ciotola, copri e lasciala scolare in frigorifero una notte. Succede spesso perché non tutte le ricotte sono uguali, e qui l’umidità è quella che poi ti fa impazzire in formatura e in forno.
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Quando la ricotta è pronta, setacciala premendola con una marisa contro un colino a maglie strette: sembra un passaggio da “maniaca”, ma ti regala un ripieno fine e omogeneo, e soprattutto più stabile. Il controllo semplice è questo: se dopo averla passata non vedi siero sul fondo e la crema resta compatta, sei a posto.
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A parte sciogli lo zafferano nei tuorli mescolando bene, finché il colore è uniforme. Nella ciotola con la ricotta unisci lo zucchero e le scorze di limone e arancia, poi lavora con una frusta a mano giusto il tempo di amalgamare: qui non devi montare, devi solo rendere tutto liscio e profumato. A questo punto aggiungi i tuorli con lo zafferano, poi la semola e il lievito. Mescola con la marisa fino a ottenere una crema liscia e omogenea: deve “stare su” in cucchiaiata, non scivolare come una salsa.
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Metti il composto in una sac à poche (se non ce l’hai va benissimo anche un cucchiaio, ma la sac à poche ti aiuta a dosare meglio) e fai riposare in frigorifero 30 minuti. Questo riposo è quello che ti dà regolarità: un ripieno più sodo si distribuisce meglio e ti fa pardulas tutte dello stesso aspetto.
Formatura e cottura
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Riprendi l’impasto e stendilo con il matterello fino a circa 2 mm. Se mentre stendi noti che la sfoglia si “ritira” o fa qualche crepetta sul bordo, fermati due minuti e coprila: è normale, capita perché l’impasto si tende; poi riprendi ruotando spesso la sfoglia e vedrai che si sistema. Non caricare di semola il piano: troppa semola asciuga e rende la sfoglia più fragile.
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Con un coppapasta da 10 cm ricava i dischi. Se vuoi una resa davvero uniforme, tieni a mente anche questo: dischi intorno ai 15 g ti aiutano a cuocere tutto in modo omogeneo. Al centro di ogni disco metti circa 30 g di ripieno. Se non vuoi pesare, usa un criterio pratico: un “ciuffo” generoso, ma lascia libero un bordo di 2–2,5 cm tutt’intorno, altrimenti non chiudi bene e ti ritrovi il ripieno nei pizzichi.
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Ora arriva la parte che fa la faccia alle pardulas: chiudi pizzicando i bordi fino a formare 8 punte. Il trucco non è farle belle e basta, è farle stabili. Ogni pizzico deve prendere bene i due lembi e stringere davvero: se fai pizzichi “timidi”, in forno si aprono. Se ti succede che il bordo, spolverato di semola, non si attacchi, inumidisci appena la punta del dito con acqua e richiudi: pochissima, giusto per far aderire.
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Disponi i dolcetti su una leccarda foderata con carta forno, ben distanziati, e cuoci in forno statico a 160°C per 25–30 minuti nel ripiano medio. Qui non voglio che tu vada a minuti e basta: guarda i segnali. Le punte devono prendere una doratura leggera, la base deve risultare asciutta e il ripieno deve essere “fermo”, non tremolante come crema liquida. Se il tuo forno colora presto sopra ma dentro ti sembra ancora troppo morbido, abbassa di 10°C e allunga di qualche minuto: succede spesso, ogni forno ha il suo carattere, e tu devi solo prendergli le misure.
Note & consigli
Tradizionalmente si usa lo strutto: è quello che dà alla pasta quella friabilità un po’ rustica e autentica, e qui ci sta benissimo. Se però preferisci, puoi sostituirlo con il burro: la pasta viene più delicata e meno “sarda verace”, ma funziona.
Domande frequenti
Succede al primo giro, e non significa che “non sei capace”. Di solito capita perché il ripieno era troppo umido e, scaldandosi, ha spinto verso l’alto, oppure perché i pizzichi erano poco profondi e non hanno agganciato bene i due lembi. La cosa pratica da controllare la prossima volta è doppia: la ricotta deve essere asciutta (se premendola nel colino rilascia siero, va scolata meglio, anche una notte), e i pizzichi devono essere decisi, non solo “decorativi”. Se a crudo vedi una punta che si apre, richiudila subito: è un segnale prezioso, non un difetto.
Succede spesso, soprattutto se la ricotta non era asciuttissima. Una cupoletta leggera è normale, ma se ti gonfia tanto e spinge sulle punte, di solito è perché c’è troppa umidità dentro. Il controllo che funziona sempre è questo: prima di farcire, il ripieno deve “stare” in un ciuffo, non colare. Se lo vedi troppo lento, va bene: riposo in frigo e ricotta scolata fanno la differenza. E se vuoi una prova pratica, tocca la crema con il dorso del cucchiaino: deve opporre un minimo di resistenza, non scivolare via.
Capita perché l’impasto è un po’ teso o perché, lavorando, si asciuga. Il trucco pratico è fermarsi: copri la sfoglia per 2 minuti e poi riprendi a stendere ruotando spesso. Se vedi crepe sui bordi, non forzare: stendi in più riprese, senza caricare di semola il piano, perché troppa semola asciuga e rende la sfoglia più fragile.
Succede spesso perché si pizzica solo la parte esterna, senza afferrare bene i due lembi. La cosa da controllare è la profondità del pizzico: deve prendere sopra e sotto e stringere davvero. Un altro aiuto semplice è fare prima quattro pizzichi “a croce” e poi gli altri quattro tra uno e l’altro: così ti viene più naturale mantenere l’ordine e arrivare alle 8 punte senza perderti. Se una punta ti sembra debole a crudo, sistemala lì: in forno non migliora, peggiora.
Fai bene a non fidarti del tempo, perché i forni non sono tutti uguali. Guarda tre segnali: le punte appena dorate, la base asciutta (solleva delicatamente una pardula e controlla che non sia pallida e umida) e il ripieno che non tremola come crema liquida. Se sopra colora troppo presto, capita spesso: abbassa di 10°C e allunga di qualche minuto. Non è “sbagliare”, è fare pace col forno.
Capita perché il ripieno rilascia un filo di umidità mentre si assesta e, se le pardulas sono coperte subito, quell’umidità resta lì. Il controllo pratico è farle raffreddare bene su una gratella o comunque ben arieggiate prima di coprirle. Se vuoi recuperare un po’ di asciutto, un passaggio di 3–4 minuti in forno tiepido aiuta: non caldo, altrimenti asciughi troppo il ripieno.
Conservazione
Le pardulas si conservano bene in frigorifero, ben coperte, per 2–3 giorni. Se vuoi congelarle, puoi farlo: mettile in un contenitore adatto o in un sacchetto ben chiuso. Per servirle, falle scongelare in frigo e poi riportale a temperatura ambiente; se desideri una base più asciutta, passale pochi minuti in forno tiepido.
Abbinamento vino
Su un dolce sardo così, io starei su un abbinamento che “parla la stessa lingua”: un Moscato di Sardegna ci sta benissimo perché accompagna agrumi e zafferano senza coprirli. Se vuoi qualcosa di ancora più territoriale e morbido, una Malvasia di Bosa in versione amabile è una scelta perfetta: rotonda, profumata, e ti lascia in bocca quella nota dolce che completa il ripieno.

